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Ora ci piacerebbe anche continuare dicendo che l’iPhone 5C è altrettanto economico quanto è piacevole da toccare e solido al contatto. Ma non è così: venderà sicuramente decine se non centinaia di milioni di esemplari e magari sarà anche più popolare degli altri iPhone, tuttavia guardandolo dalla nostra riva, appollaiati sullo Stivale, non c’è verso che l’Italia lo percepisca qual è, cioè uno sbarazzino prodotto entry level (oppure, ma più impropriamente, low cost), nè che possa contrastare l’esercito degli smartphone Android che invadono tutti i rivenditori di telefonia ammicando a suon di 199 o 299 euro. Da noi lo sfascio economico è tale che non possiamo più permetterci beni di “normale” lusso. I nostri salari, la nostra ricchezza non si adeguano alla crescita europea. Semplicemente questo bell’iPhone colorato e costruito come si deve, non ce lo possiamo permettere; o almeno, chi se lo può permettere in fondo può permettersi anche un iPhone 5S.

Ed è forse anche per questo che l’Italia, secondo paese europeo per contratti di telefonia cellulare, uno dei non molti al mondo con più SIM attivate di quanti sono i suoi abitanti, centenari e poppanti inclusi, è fuori dal lotto delle prime nazioni al mondo che riceveranno gli iPhone 5c e anche iPhone 5s. È per questo regresso della ricchezza ma anche per i costi che ha commercializzare un prodotto come questo in Italia che rende tutto più difficile tra IVA che crescerà e balzelli sulla copia “prevista” per i dispositivi con memoria digitale, una logistica da paese sottosviluppato, per non parlare di un mercato della telefonia che misteriosamente fa costare in questo paese povero (o povero paese), gli iPhone 50 euro più che nella vicina e più ricca Francia. La situazione è tale che non capiremo l’iPhone 5C e forse non compreremo neppure l’iPhone 5s, perché destinati a paesi che stanno meglio di noi, come la Cina, il Brasile, l’India, quelli che hanno speranze economiche per il futuro insomma, e che non combattono battaglie di retroguardia.

Antonio Dini
Per essere ammessi in tv bisogna appartenere alla nuova specie televisiva creata negli anni berlusconiani, ma che va ancora di moda. La figura del paraculo, sì, scriva pure così, quello che non si schiera mai, che si mimetizza, che fa del qualunquismo una bandiera. […] Nomi e cognomi, come faccio nello spettacolo. Bonolis che dichiara di non sentirsi né di destra né di sinistra, Fabio Volo che si vanta di essere qualunquista, Simona Ventura che si definisce equidistante, aggiungendo candidamente di aver lavorato a Mediaset inseguita dal pettegolezzo di essere l’amante di Galliani e di averlo lasciato credere. […] Gene Gnocchi, Fiorello, Fabio Fazio, Baudo stesso. […] Sono gli eroi dell’opportunismo tv, quelli con la maschera patinata. Lavorano rispettando la condizione di non disturbare, non accorgendosi che l’opportunismo è una forma di corruzione.
Daniele Luttazzi

crowcrow:

Hiroshi Sugimoto, Seascapes, 1980-93 (via fieldmouse)

  1. Caribbean Sea, Jamaica
  2. Sea of Japan, Hokkaido
  3. Tasman Sea, Ngarupupu
  4. Black Sea, Ozuluce
  5. Red Sea, Safaga
  6. Tyrrhenain Sea, Scilla

Fermi, immobili, spettatori, osservati. Appesi. Sulla parete.

ugosalerno:

Paris, march/april 2013

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Super Eroi

Arriviamo in comune, IV Municipio di Roma Capitale. Ad un’amica è stata rubata la borsa con dentro patente, carta d’identità, carta di credito, portafogli e due assorbenti.
L’Arma dice, in sede di denuncia, che non si può rilasciare un permesso provvisorio di circolazione se non si ha un documento di riconoscimento. E avendo l’amica mia la residenza in un paesino in provincia di Pavia, c’è bisogno o del Nulla Osta o di due testimoni per avere la nuova carta d’identità, almeno a detta dell’Arma.
Così arriviamo in comune, al IV Municipio di Roma Capitale dove se devi fare una nuova carta d’identità paghi 5,42€ ma se te la rubano insieme al portafogli, devi pagarne 10,58 di euro.
L’omino dietro il vetro dice che l’aut aut dato dall’Arma non è vero, che la pratica è un’altra e nel farlo, sottolinea che se l’Arma è soggetta a svariate barzellette, il motivo è reale. Sarcasmo civico lo definirei.
Lo stesso omino poi prospetta tempi apocalittici per il rilascio della C.I. anche perché, la pratica accuratamente riempita a stampatello, non può essere inviata via mail al municipio del piccolo comune in provincia di Pavia perché non c’è, nel 2013, uno scanner in dotazione dell’ufficio della Capitale.
Così alla terza educata richiesta di sollecitare le tempistiche, lo stesso omino chiama una collega che miracolosamente promette di far tutto in due ore e non in due giorni.
In altre parole, quella che è una normale pratica con normali tempistiche viene prospettata come un’apocalisse che viene poi evitata grazie all’intervento dell’impiegato che appare così come un super eroe.
Ecco perché poi, altri arrivano al comune, IV Municipio di Roma Capitale con una cesta simil-Natale per ringraziare i presunti super eroi.

In sosta vietata

Che poi diventa difficile scrivere quando sai di cosa vuoi dire ma non sei nella giusta vena per dirlo, forse perché stamane, dopo un po’ di tempo che non succedeva, mi sono svegliato con il sorriso, anche se, in tutta sincerità, credo sia una paresi dovuta alla contrazione dei muscoli del buon umore provocata da troppe poche ore di sonno.

Vorrei evitare di parlare di me, di raccontare come gli impegni ti assalgono e ti lasciano, ritornano e spariscono, come alla fine, per quanto si abbia voglia di razionare tempo ed energie, se ne spreca di entrambi nel voler a tutti costi far cerchiare il quadrato.

E poi avrei difficoltà a parlare di me perché è un po’ di tempo che rimuovo fatti, pensieri, parole, nomi e città: come se avessi la testa simile ad un grosso parcheggio privo di strisce blu e bianche, ed ogni pensiero è furtivo e fermo in divieto di sosta ed il mio io civile, per giustezza civica, rimuovesse con un carro-attrezzi russo ogni motore spento e a riposo, per poi pulire con olio di gomito, le impronte di pneumatici ormai lisci ed incapaci di lasciare segni.

Cosa è successo ieri? Si, solite cose, lavoro mattutino, lavoro serale, lavoro notturno, telefonate, litigi muti, sorrisi di accoglienza/commiato, parole, parole, parole. Aspetta, forse era l’altro ieri. No, no, questo è domani, quindi ieri fammi pensare… ah si, solite cose, lavoro mattutino, lavoro serale, lavoro notturno etc…

Regalo sogni e ne conservo qualcuno per me, mi fermo a costruire sbarre di robusto acciaio dietro le quali mettermi per forzarmi da aguzzino a non esser buono, specialmente quando si tratta di lavoro e fiorini. Assorbo come un Tampax la vita degli altri, mi prodigo per render loro tutto più facile e poi ripagarli, un giorno qualsiasi, quando saturo, esplodo e condanno le amicizie. Capisco senza fatica come vanno le cose e mi danno come una moderna Cassandra quando sbatto contro torri invisibili e sputo sangue rosso pomodoro. Amo al punto tale da provare le cose al posto degli altri, al punto di non riconoscere più l’amore. Corro talmente in fretta da restar fermo. Mi raggomitolo come un bambino quando scopro di essere ancora capace di ingenuità varie e iridescenti. Sparo a raffica contro mia sorella in sua assenza perchè so che non troverò il coraggio di dirle che mi mancherà e se anche in buona fede, vengo messo al muro pronto per essere fucilato quando, senza eccesso di zelo, mi ritaglio 4 ore di sonno scomodo sulla branda della casa in campagna che tra qualche giorno demoliranno. Sacro amore, come ci riduci. Non mi vanto più di quello che sono perché come ogni supereroe degno di essere tale, indosso gli occhiali e sposto la riga al lato per farmi chiamare Mentite Spoglie. Provo umori talmente distanti per natura eppur così vicini nel tempo che non provo nemmeno più a definirli. Rimuovo le cose dette che remunerano con sorrisi la sincerità, resto fermo e inerme al cospetto del senso di colpa dopo ogni sbronza, morale e linguistica, passeggio nella casa in pendenza di mia cugina per poi leggere su un’anima di carta bianca incorniciata di nero una frase:

senza una ragione, il cuore non batte…

le chiedo… chi l’ha scritta?… e lei mi risponde… qualche sera fa l’hai scritta tu…

Quel piccolo buco in testa

Se fosse tutto facile, sarei lo stesso qui a scrivere. Io, il capro espiatorio? E me ne assumo le responsabilità, che poi si condensano in pensieri, parole, opere e omissioni o in un distillato che mi sa di te, ma di quella parte di te che amo e non ho voluto vedere. Fuggire è vincere, che tradotto in altri termini è un calcio in culo ben assestato dopo un tira e molla che ti ha vista diventare 5 ruote motrici di un pullman verso il caldo sud. Ed io? che dovrei dire? Non dico niente perché è il niente che si pronuncia, senza tregua, dalle tua labbra secche e viola. Non è scrivere per dire, è scrivere per testimoniare, ma non la mia innocenza, non ci tengo. È un testamento, da lasciare a te, “postera”, che ripercorrerai come mappa verso una meta che non esiste, ora, perché minata e fatta brillare per demolirti. Il coraggio manca. Non a me che mi butto nelle mie paure senza ombrelli da equilibrista. Odio ogni cosa che gira nell’acqua: mi spaventa, mi assale, mi lascia senza forzaeppurel’osservoe non c’è legge che dialetticamente non voglia ridimensionare, non c’è codardia che non guardi allo specchio per vedersi e sorridere. Il gesto è un movimento, è dinamicaed è il motore che bisogna cercare. Accendere candele che non illuminino solo tavoli, ma che incendino benzina che sputano marce da ingranare. Voglio volare, in qualsiasi direzione, e quello che mi strema è soffocare la voglia di provare ancora, un’ennesima volta, quello che il mio istinto balordo mi sussurra ridendo all’orecchio. Non mi devi lasciare, non tu, non ora: sarebbe troppo scontato. Non voglio un giorno dedicato sul calendario, non sono martire, ci gioco, ma non sono così puro da essere eletto tale. Danza, vola, regalami un altro 7 che non siano note e al cospetto di ogni pronostico, si erge senza rispetto l’apatia che mi governa ora. Sesso? no, grazie. Amore? no, grazie. Ma sono avido di vita, di quella che non si può raccontare, che ti forma e basta, che ti mette limiti e li distrugge, giusto per divertirsi un po’. Canto parole non mie, ma appartengono a chiunque è passato nel letto del mio miocardioe si contano sulle dita. Nessuna velleità, nessun velluto su cui scivolare, da stirare, smacchiare, rimodellareperché la rosa non si rende conto che, se non ci fosse quel petalo, non sarebbe tale? Mentre nel nostro piccolo, professiamo il culto della spina per trovare il crine nell’albume che ci rende dotti e sinonimi del non comune, stupire è facile, quando si conosce come vendere il semi-nulla. Ed io? il capro espiatorio? Al massimo l’arca di Noè che affonda come il Titanic che fa molto più Hollywoodanche se preferirei un erre moscia a questo accento da colossal. ‘Vissi d’arte, vissi d’amore’ cantava l’incompresa da Dioed io cosa Gli canto? forse niente, non Lo voglio tediare, pensa a cose importanti Lui. E noi? L’onniscienza non è sapere tutto, ma è sapere di non sapere, è come dire la stessa cosa, ma in un’altra lingua e mentre la stessa canzone va per l’ennesima volta, concludo e aspetto notizie importanti. L’attesa, si sa, è peggio della proclamazione. Ti lovvo.

C’era una volta

L’ho lasciata perché mentre provavo a far l’amore con lei,  un senso di bruciore allo stomaco mi ha stretto forte le tempie e non ho potuto più fingere. Ed è stata una della rare volte in cui la paura di un ripensamento si è  presentata meno forte del senso di onnipotenza che mi ha pervaso quando ho tolto le mani dal suo corpo ligneo. Neanche Mr. Maalox potrebbe guarire il falò che mi provochi quando provo, per inerzia, ad avvicinarmi a te.

C’era una volta un principe bastardo, aveva un caschetto biondo per coprire le orecchie a sventola, era balbuziente, e preferiva dipingere che parlare. Un giorno, incontrò un’orsetta lavatrice vicino al ruscello. L’orsetta lavatrice era triste, e versava lacrime di Vetril che rendevano i petali dei fiori su cui cadevano, candidi come gigli immacolati. Così, il principe bastardo, vedendo quella scena le chiese:

'Perché rendi immacolati questi lavoratori raccomandati da dio?'

E l’orsetta lavatrice rispose:

'La mia quercia incrinata mi ha deluso: io aspettavo le sue ghiande, ma ogni primavera, sui suoi rami, ho solo visto fiori di loto spuntare come idee all’una di notte. Così. senza più voglia di bugiardare le sue resistenze iridescenti, mi sono addormentata sotto il mio piumone di penne di Anitra WC e al risveglio, ho sentito di portare la purezza altrove.' Alloraì il principe bastardo, dopo aver regalato una bottiglia di acqua della zarina all’orsetta lavatrice, montò sul suo cavallo da un’ala sola, e cominciò a zoppicare verso il Tibet, pensando che, alla fine, era fortunato, perché, sebbene principe, era bastardo.

Le favole si raccontano ai bimbi ed io volevo fare le ninne ieri. Si dice che quando si muore, tutto succede con un respiro particolare, profondo, infinito, non definibile. Io ho bisogno di creare quelle 4 esalazioni… più o meno 15 minuti, se non calcolo l’ossessività del copia ed incolla…e si diventa esaudienti con il vocabolario del nulla…si creano copioni e sceneggiature da libri letti, solo per trovare un appiglio ed arrivare in tempo per l’aperitivo nella casa in campagna… Guess What! imperativo categorico, fatto di sguardi cercati attraverso il silicio, di lettere a Babbo Natale senza francobolli… quanto possono contare 5 cm di massa cattiva, nascosti nei meandri del cervello di una santa donna? Poco o più di conversazioni rubate alla frequenze dei uolchi tolchi, di viaggi verso sant’ambrogio, di toga parti vicino ad un acquario…

_Tra te e lei c’è qualcosa.

_Dimmi dov’è così la scanso.

E invece l’ho presa in pieno e per tutto questo tempo sono rimasto tramortito al punto tale da scambiare la schiavitù resa dal puntare al 150%, per amore puro. E non la sto rinnegando, perché una vocazione non si può scaricare come un Merdamon: sto solo cambiando forma alla realtà, senza lo zoom dell’illusione o il ritocco dell’accondiscendenza.

C’era una volta un principe lavatore: era così veloce, che se ben lavorasse a China Town era l’unico che nella grande mela riusciva a dormire. Un giorno incontrò un’orsetta bastarda e vissero felici e contenti.

Ognuno è libero di essere infelice, ognuno è padrone delle sue risate, ognuno può cucinare con il soffritto, ognuno può annegare i suoi pensieri nel peperoncino. Perché poi l’unica cosa che da persona onesta potresti fare è toglierle da sotto il culo quello scaletto bianco e darglielo sulla schiena, ricordandole che è una piazza sacra la cui libertà commerciale è vincolata dalla misura di una grata incastrata tra le pietre sante. Non ti cerco e chiaramente non ti trovo, ma il contrario della prima parte dell’enunciato con l’affermazione statica della seconda sarebbe stato peggio.

Non invadete il nero tra il bianco di queste parole, sono alla luce del sole, ma non per essere lette e nemmeno comprese: hanno solo sentito l’esigenza, libere, di farsi un giro da queste parti.

P.S.

ho ricevuto una cartolina: ho trovato le viole del pensiero che cercavo! l’orsetta lavatrice…